“Ho dovuto raccontare l’omicidio di un’amica” Quando la cronaca entra nella vita dell’inviato

ECCO PERCHE’ UN GIORNALISTA DEVE SEMPRE ESSERE ESTRANEO AI FATTI CHE RACCONTA: IL COINVOLGIMENTO TOGLIE LUCIDITA’ E PORTA DOLORE

UNA RAGAZZA BUONA E DAL VISO PULITO, GUARDA LE FOTO DI LUCIA

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Lucia in compagnia di un'amica

 

Io in posa con Lucia dopo una serata di divertimento al mare con amici

Una chiamata dalla redazione, un omicidio. Ancora una donna uccisa. Ero in vacanza a Fano, nelle Marche. La giovane vittima, anche se il delitto era avvenuto in Val Rendena, era originaria di Pergola, poco lontano dalla cittadina marchigiana in cui soggiornavo.  Naturale, per i colleghi di Milano, chiedermi di interrompere le ferie per essere più tempestivi nella cronaca, con un inviato sul posto.
Non ho dubbi, lascio la spiaggia e vado a casa. Mi preparo a dare conto dell’ennesimo caso di cronaca. Noi giornalisti siamo un po’ come i medici. Cerchiamo – per quanto possibile – di non lasciarci coinvolgere dai fatti che raccontiamo. Così è sempre stato e, avrebbe dovuto essere, anche in quel caso:  distacco e rispetto della verità dei fatti e delle persone coinvolte. Ma durante il tragitto verso casa, dove stavo andando a cambiarmi, emergono nuovi elementi come il nome della donna uccisa:  Lucia Bellucci, 32 anni. Non mi sembra possibile. Guardo sul telefonino il sito del Tgcom24 e trovo la foto. Non ci sono dubbi: è la mia amica Lucia. Già, proprio Lucia, la ragazza incontrata in spiaggia a Fano nel 2003, assieme a Erika, la sua migliore amica. Una ragazza che negli anni ho imparato a conoscere come una persona buona e solare. Una ragazza di cuore e bellissima. E il suo assassino, Vittorio Ciccolini, era l’uomo di cui lei, un anno e mezzo prima, mi aveva raccontato a cena, chiedendomi un parere su questo spasimante che non la convinceva fino in fondo, ma che la corteggiava con messaggi profondi, continui.

“E’ un po’ filosofo, come te – mi diceva Lucia, sorridente – parla, parla, parla… e non ti nascondo che questa sua capacità di affrontare ogni argomento, di essere così profondo, mi affascina. Guarda, leggi i messaggi che mi manda…”
Le brillavano gli occhi a Lucia, quando parlava di quell’uomo più grande di lei di 13 anni. Ma la differenza di età non era un problema. Voleva sentirsi protetta questa ragazza dal cuore grande. La nostra  conversazione è andata avanti a lungo, passeggiando per il corso di Fano fino a mezzanotte.

Ed eccomi, un anno e mezzo dopo, sempre a Fano, per andare a cambiarmi in fretta e furia, lasciando la spiaggia per tornare al mio “lavoro” da cronista.

Ma questa volta ciò che devo raccontare non riguarda più degli sconosciuti. No, questa volta, la vittima è una mia amica. L’assassino, uno di cui lei mi aveva parlato sognante. Non so che fare.
Me lo domando e ridomando.
Ho voglia di fermarmi lì, di non seguire questo caso, perché anche io sono coinvolto. Ma non è così semplice decidere: sono schizofrenico in quel penso, in quel che faccio. Alla fine mi ritrovo in macchina e non so neanche io il perché,  guidando verso Pergola, il piccolo centro in cui era cresciuta.  Il luogo in cui vivono la mamma, il papà, la sorella e il fratello gemello. L’indecisione non è superata, non so se ho la forza di raccontare ciò che è avvenuto con distacco e lucidità.

E’ a quel punto, in mezzo alle colline marchigiane morbide e lente, che mi fermo per strada. Scendo dall’auto, fumo una sigaretta, ne fumo un’altra. Rifletto. Alla fine riparto.

Arrivo sotto casa, il cameraman mi aspetta lì.  Lo zio di Lucia passa, mi riconosce e mi invita a salire: “Cosa fai qui sotto, vieni su…” Io sono sempre più incerto, nei pensieri e nei movimenti… una specie di sdoppiamento… Spiego che la mia redazione mi ha mandato lì per fare la cronaca di ciò che è avvenuto, quasi a dire, “non è il caso che salga, sono un giornalista, sarei di troppo. Potrei apparire agli altri come un giornalista mascherato da amico e…”. Non lo dico espressamente, ma lo penso. Ma lo zio di Lucia insiste: “Non importa, vieni su, qui fa troppo caldo, almeno ti rinfreschi un po’, i genitori di Lucia ti salutano volentieri”.

Le due porte di casa sono aperte: la mamma, conosciuta tanti anni prima in spiaggia, mi vede e mi viene incontro, mi abbraccia e mi dice, con le guance consumate dalle lacrime e il pianto ancora in gola: “Enrico, Lucia parlava sempre di te, ti ricordava sempre con affetto”.  Anche il padre mi viene incontro  facendo – per quanto possibile – gli onori di casa, con il viso squarciato dal dolore. Già, la disperazione di un padre che cerca di mantenere un atteggiamento positivo, anche in un momento così. In salotto mi mostra un quadro che raffigura la loro famiglia. Tra me e me penso quanto quel quadro sia bello e quanto dia l’idea dell’unità degli affetti. Vorrei dirglielo. Abbozzo un mezzo sorriso. E taccio.

Intorno tanta gente, tanti amici, conoscenti, vicini da casa, il sindaco del paese… C’è chi è seduto sul divano, chi è in cucina, altri sono sul balcone, fumando una sigaretta.  La mamma  vaga da un gruppo all’altro. Le foto di Lucia sono lì, sul tavolo della sala: bellissima, sorridente, sempre con uno sguardo da bambina, nonostante la sua bellezza da donna fatta.

La sorella Elisa cerca di sbrigare le cose pratiche, parla con l’avvocato, va dai carabinieri. E’ lei che coordina tutto. E’ lei il capofamiglia in quel momento, forse soffocando il desiderio di lasciarsi andare, cercando di inghiottire quel dolore come se, quel dolore appunto, fosse una bomba atomica da far esplodere dentro, nel profondo delle viscere, in silenzio. Senza darlo a vedere, per non turbare ulteriormente la sua famiglia che in quel momento ha solo bisogno di non avere incombenze da affrontare. Il fratello gemello, Carlo, vaga da una stanza all’altra, cercando di rendersi utile. Forse è lui quello che sta subendo l’amputazione più grande. Mi parla, cerca di essere cortese, ma – è evidente – la sua testa non c’è, è altrove.

E io, lì in mezzo, in mezzo a quella famiglia che cerca di farmi sentire a mio agio. Io… io…, io in quel momento non capisco più chi sono. “Insomma, chi sono io?”  Me lo domando mille e mille volte: sono Chicco, l’amico di Lucia, o sono Enrico Fedocci, il giornalista arrivato a Pergola per descrivere un dramma, per far la cronaca di ciò che è avvenuto? Sono sempre stato convinto della necessità di informare. E’ giusto raccontare ciò che avviene, perché il dramma, nel tg o sui giornali, possa sensibilizzare, fare opinione ed  evitare che certe cose possano ripetersi. L’informazione a volte è dolorosa, ma necessaria.

Ripenso ai primi anni in cui facevo il cronista. Erano quasi sempre fatti di sangue quelli di cui mi occupavo. D’improvviso entravi nella vita degli altri. Famiglie disperate, amici afflitti dal dolore di una perdita. A quel tempo non avevo ancora messo una corazza e ogni dolore che incontravo diventava parte di me. Dopo il servizio, ci pensavo per giorni… In quei primi anni da inviato mi è capitato di scrivere lettere ai familiari delle vittime, dopo averli intervistati. Lettere che poi non spedii mai. Come se non ne sentissi il diritto. Io ero un estraneo e temevo che queste mie lettere fossero interpretate come un’invasione della sfera privata, più di quanto non avessi già fatto raccontando la loro storia. Ricordo ancora quella volta che intervistai un padre, la cui bambina era morta schiacciata da un cancello di ferro, vicino a Lecco. Appena arrivato, mi descrisse i momenti in cui cercò di soccorrerla, ma lei era già morta, sul colpo. Poi cominciò a piangere, senza pace, durante l’intervista. A vederlo così, crollai e ci abbracciammo, piangendo insieme. Eravamo due estranei, ma quella tragedia divenne anche mia. Mi ero lasciato coinvolgere troppo e il suo dolore, per un attimo, diventò anche mio. Era la prima volta che vedevo il dolore di un padre. Quella bambina si chiamava Beatrice, aveva 5 anni.

Imparai quella volta ad essere più distante, a non lasciarmi fagocitare dalle passioni delle storie che raccontavo.

E’ proprio in quel momento, in casa di Lucia, che ripenso alla regola ferrea del giornalista che deve essere esterno ai fatti che riferisce. Non mi era mai capitato di trovarmi in una situazione del genere, direi quasi paradossale: il mio dolore coincideva con quello dei protagonisti di questa tragedia. E non per immedesimazione, ma perché Lucia apparteneva, anche se in piccola parte, alla mia sfera di affetti. Un affetto da amico, certamente, ma pur sempre affetto.

Dopo tanto divagare della mia mente, torno alla realtà: di sotto mi aspetta la troupe per preparare il servizio.  Bisogna andare in onda. Chiamo il direttore, Rosanna Ragusa, e le confido che non so se sarò in grado di essere sufficientemente distaccato per raccontare questo fatto di cronaca, che per me è non è più solo un delitto. E’ la morte di un’amica, è l’assassinio di una ragazza che mi aveva sempre e solo donato sorrisi e momenti spensierati in compagnia. Rosanna ascolta e le sue parole mi tranquillizzano: “Enrico, decidi tu. Ma sappi che, vista la situazione, non ti chiediamo di essere distaccato, ma di essere te stesso. Descrivi questa ragazza come la conoscevi. La tua sarà una testimonianza ancora più preziosa per sensibilizzare chi ascolta sul tema del femminicidio. Chi meglio di te, in questo momento, può dar voce al dolore dei familiari e degli amici?”.
La mia pressione sanguigna è sotto le scarpe.

Mi torna in mente quella volta, tanti anni fa, in cui con Lucia andammo a Riccione, al Byblos, e poi di nuovo a Fano, all’alba, a fare colazione in un bar vicino al porto. Avevamo scattato una foto davanti a brioche e cappuccino, che ho deciso di pubblicare a corredo di questo articolo. Con noi anche Erika e Fabio.  Era stata una bella serata, a cui ne sono seguite tante altre. Amici, anche se non ci si vedeva spesso. Ma, quando ci sentivamo via Skype, era come se ci fossimo parlati due giorni prima. Nulla era cambiato. Lei mi parlava come all’amico di sempre, io le confidavo le mie cose, lei mi raccontava della sua esperienza a Madonna di Campiglio, come responsabile del centro benessere di una Spa.

Impossibile non essere se stessi con quella ragazza così buona ed altruista. Il suo altruismo l’ha uccisa. All’ultimo appuntamento con il suo ex fidanzato lei era andata solo per non dargli il peso della sconfitta. Voleva restare in buoni rapporti con lui, ma, soprattutto, voleva che lui fosse sereno. Lui l’aveva tranquillizzata, per convincerla… “Ho un’altra fidanzata – ha detto – voglio solo vederti l’ultima volta, da amici”. Da ciò che mi hanno raccontato Erika e Giada, sembrava tranquillo, costruttivo, ma aveva già deciso tutto: quel vigliacco aveva deciso di ucciderla a coltellate. Il pugnale lo aveva comprato due giorni prima.

Non lo meritava, Lucia. Nessuno lo merita, ma – fatemelo dire – lei meno di tutti.  Il giornalista, dicevo all’inizio, dovrebbe essere distaccato e terzo rispetto ai fatti di cui riferisce. Nei miei servizi su di lei non sono riuscito ad essere così distaccato. Sicuramente sono stato di parte. Ma io l’ho descritta ai telespettatori per come era veramente, per come guardava con gioia alla vita, per quanta fiducia aveva nel prossimo. Anche se non tutti, alla fine, questa fiducia la meritano. Quell’ex impazzito ne è la dimostrazione.  Forse nei confronti di lui non sono stato garantista come avrei dovuto, ma non ce la facevo. Di questo coinvolgimento me ne scuso con tutti, ma non con lei, con Lucia. A lei ho reso giustizia, descrivendola per come era davvero.
Non dimenticherò mai la sua bontà che di gran lunga superava la rara bellezza.
Enrico Fedocci